M.I.A.


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Arular (2005) , 6/10
Kala (2007) , 6.5/10
Maya (2010), 7/10
Matangi (2013), 5/10
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Hyped as the "next big thing" of 2004, Sri Lankan-born, London-based agit-prop chanteuse Maya Arulpragasam, or M.I.A. for short, became a sensation with the ferocious Galang (2003) and the pro-terrorist Sunshowers (2004).

Arular (XL, 2005), mostly produced by Switch (David Taylor), offered a few more variations on that fusion of hip-hop, reggae and pop, while at the same time further diluting her ideology (that embraces both the political and the sexual). She doesn't fare too well as a second-rate Public Enemy for the new century, but the abrasive electronica, disjointed beats and babbling vocals constitute a powerful combination in Pull Up the People. Her militant-girlish singing is most effective in the mock-heroic rigmarole of Bucky Done Gone and in the threatening industrial pastiche Bingo. Her balance of ethnic elements (Amazon, Galang) and catchy refrains (Hombre) made for an effective marketing tool.
Half of the songs are pure filler, as customary with debut albums by "next big things".

Less immediate but more visceral, Kala (Interscope, 2007), again produced by Switch, is a giant cauldron of artificial, natural, social and musical sounds that come from distant lands and distant contexts. Ultimately, though, it is her youthful exuberance that triumphs. She indulges in the romantic singalong of Paper Planes (that engages in a call-and-response with a children's choir and would become a hit single) and even in a Middle-Eastern disco folly with catchy refrain a` la Abba (standout Jimmy). Bamboo Banga and World Town employ little more than loops of infantile rigmaroles over straightforward beats, the former with the cheerful counterpoint of other voices and the latter with the counterpoint of shrill trumpets. XR2 plunges into Brazilian carnival. Things get a bit more complicated along the way. Fanfare-like keyboards dot the cascading African polyrhythm and hail the instructor-like rap of the single Boyz. The mutant, fractured synth-pop of 20 Dollar exales Middle-Eastern invocations over industrial-grade beats. The rap of Bird Flu inhabits a demented pow-wow dance with children. The leitmotiv is not the world but childhood: simple repetitive percussion, amateurish arrangements and so forth... the very opposite of "sophistication".

Having relocated to Los Angeles and become a mother, Arulpragasam greatly increased the pop and dance appeal of her music to the masses on Maya (XL, 2010), titled after herself (the first two albums were named after her parents). Far from being merely a commercial sold-out, the album is one hell of a schizophrenic artefact. To start with, the booming over-the-top production of Chris "Rusko" Mercer turns Steppin Up into a noise collage and obliterates whatever merit the singing has, whereas the same treatment in the disco-oriented XXX0 (her most radio-friendly hit yet) enhances the singer's tragic melody, and it brings out the demented side of things in the wildly deconstructed Teqkilla, whose second half constitutes an audio phantasmagoria that borders on musique concrete. The turn towards the sonic extreme is crowned by the whipping heavy-metal riffs and pounding wardrums of Meds And Feds.
She digs in the past of the "new wave" years to dig up a reggae-fied cover of Spectral Display's It Takes A Muscle (1982) and Born Free, a variation on the neurotically pounding keyboards of Suicide's Ghost Rider. Both ventures reveal an evil form of intelligence at work that was unknown from her previous (alas sociopolitical) persona. She travels even further back in time to mold the Middle-Eastern singsong of Story To Be Told after the melody of the French nursery rhyme Frere Jacques. Another kindergarden-grade singsong pops up in Tell Me Why amid seismic industrial thumps and snippets of ancestral choirs.
For sheer wordplay the winner is Lovalot, but this album is clearly more about sound than words. Where it works, it's M.I.A.'s best.

Vicki Leekx (2010) was a mixtape, and contained the future single Bad Girls (2012).

Matangi (NEET, 2013) mainly succeeds when she adopts the tone of the rebellious rap girl, as in Come Walk With Me, Bring the Noize and Warriors. They rarely excel as songs or raps, but they often feature marvels of audio-collage acrobatics (Switch is the one who truly progressed over the years). The fact that the best song is three years old, Bad Girls, and that the album contains her first pop ballads are not good omens for the future.

(Translation by/ Tradotto da Damiano Langone)

Lanciata come "next big thing" del 2004, Maya Arulpragasam, cantante agit-prop anglo-singalese meglio nota con lo pseudonimo M.I.A., diventa un caso mediatico grazie all'efferata Galang (2003) e all'apologia terroristica di Sunshowers (2004).

 

Arular (XL, 2005), per lo più prodotto da Switch (David Taylor), aggiunge qualche variazione sul tema alla sua miscela di hip-hop, reggae e musica pop, ma allo stesso tempo ne diluisce l'impeto ideologico (che nel suo caso è sia politico che sessuale). M.I.A. non se la cava benissimo come versione minore dei Public Enemy per il nuovo millennio, eppure offre in Pull Up the People una combinazione davvero potente di elettronica abrasiva, ritmi sconnessi e vocalismo petulante. Il canto, fanciullesco e bellicoso insieme, risulta efficace soprattutto nella tiritera fintamente eroica di Bucky Done Gone, così come nel minaccioso pastiche industrial di Bingo. Nel complesso, la commistione di elementi etnici (Amazon, Galang) e ritornelli orecchiabili (Hombre) contribuisce a realizzare quello che a tutti gli effetti risulta essere un potente strumento di marketing.

Metà dell'album è però costituito da canzoni-tappabuco, come d'abitudine in ogni opera prima delle cosiddette "next big thing".

 

Meno immediato ma più viscerale, Kala (Interscope, 2007), ancora una volta prodotto da Switch, è un gigantesco calderone di suoni molto eterogenei provenienti da terre lontane e ricavati dai contesti più vari, anche se alla fine è soprattutto l'esuberanza giovanile di M.I.A. a prendere il sopravvento: come quando indulge nel romantico canto collettivo di Paper Planes (che si avventura in un call-and-response con un coro di bambini e che diventa una hit) o come nel capriccio disco dal sapore mediorientale e dal ritornello di facile presa alla Abba (Jimmy, il picco dell'album). Bamboo Banga e World Town non sono molto più che tiritere infantili su beat davvero elementari: la prima con un allegro contrappunto a più voci, la seconda con un acuto fraseggio di fiati. XR2 si immerge nelle atmosfere del carnevale brasiliano e dopo di che le cose si fanno via via più complicate. Tastiere usate come fossero fanfare punteggiano i torrenziali poliritmi africani su cui si poggia il rap assertivo e meccanico del singolo Boyz. Il synth-pop fratturato e mutante di 20 Dollars esala invocazioni mediorientali su beat di matrice industrial. Il rap di Bird Flu si impadronisce di una folle danza tribale (ancora una volta con l'aggiunta di bambini). Il filo conduttore dell'album non risulta essere il mondo, come può sembrare a un primo esame, bensì l'infanzia: percussioni semplici e ripetitive, arrangiamenti in stile amatoriale e via di questo passo... insomma, l'esatto opposto della "sofisticatezza".

 

Dopo il trasferimento a Los Angeles e dopo la maternità, Arulpragasam intensifica con Maya (XL, 2010) gli elementi pop e dance di facile presa. L'album (che prende il titolo dal suo nome così come le raccolte precedenti prendono il titolo dai nomi dei genitori), lungi dall'essere soltanto un'operazione bassamente commerciale, si fa notare come gran bell'esempio di schizofrenia applicata all'arte musicale. La produzione fragorosa e sopra le righe di Chris "Rusko" Mercer cancella in Steppin Up qualsiasi merito possa avere il canto trasfigurando tutto in un collage di rumori, mentre lo stesso tipo di trattamento nel brano disco XXXO (finora la sua hit più radiofonica) riesce, al contrario, a esaltare la tragica melodia della cantante. In Teqkilla, pezzo follemente decostruito, la produzione fa emergere il lato assurdo delle cose in quello che da metà in poi assume l'aspetto di una vera e propria audio-fantasmagoria al confine con la musica concreta. A coronamento della svolta verso l'estremismo sonoro arrivano poi i violenti riff heavy-metal e i tamburi di guerra di Meds And Feds.

M.I.A. si rivolge pure alla new wave del passato confezionando una cover reggae degli Spectral Display (It Takes A Muscle, del 1982) e offrendo in Born Free una variazione sul tema ispirato a Ghost Rider dei Suicide (1977) e al suo nevrotico martellamento di tastiere. Proprio questi ultimi due azzardi rivelano un lato malvagio e astuto che non si poteva intuire nel personaggio (ahimé sociopolitico) emerso dalle prove precedenti. L'artista anglo-singalese poi si spinge ancora più indietro nel tempo per modellare il canto mediorientale di Story To Be Told sulla falsariga della filastrocca francese Frère Jacques (o Fra Martino campanaro che dir si voglia). Un altro motivo da asilo d'infanzia fa capolino in Tell Me Why in mezzo a schianti tellurici di carattere industrial e frammenti di cori ancestrali.

Come puro divertimento letterario Lovalot vince su tutto, ma l'album è indubbiamente una questione più di suoni che di parole, e, quando funziona, è M.I.A. alla sua massima espressione.

 

Vicki Leekx (2010) è un mixtape che contiene Bad Girls, fatto uscire come singolo due anni dopo.

 

Matangi (NEET, 2013) convince soprattutto quando M.I.A. adotta i toni della rapper ribelle come in Come Walk With Me, Bring the Noize e Warriors, che, anche se non eccellono come canzoni o come rap, permettono al produttore Switch (è lui quello che negli anni ha fatto i maggiori progressi) di offrire meravigliose acrobazie nel campo dell'audio-collage. Il fatto, però, che la miglior canzone (Bad Girls) sia già vecchia di tre anni e che appaiano qui le prime ballate pop non lascia presagire nulla di buono per il futuro.

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