Dalla pagina di Piero Scaruffi
(Tradotto da Stefano Iardella)

Solange Knowles, la sorella minore di Beyonce, ha debuttato all'età di 16 anni con l'album Solo Star (2002), ma ha dovuto aspettare fino a Sol-Angel and the Hadley St Dreams (2008) per ottenere qualche riconoscimento per il suo stile pop-soul che faceva riferimento al soul Tamla Motown degli anni Sessanta (comprese le collaborazioni con Lamont Dozier). Ne sono usciti i singoli I Decided, Sandcastle Disco e T.O.N.Y.

Ha scalato le classifiche della musica dance attraverso l'EP True (2012), che ricorda il synth-pop degli anni '80, e l'album neosoul verboso, polemico e provocatorio A Seat at the Table (2016), che contiene il singolo Cranes in the Sky, così come l'inno nazionalista nero F.U.B.U.

When I Get Home (2019) è stato il suo album intellettuale e sperimentale, di fatto un concept sulla sua città natale di Houston, accompagnato da un lungometraggio video. L'album è frammentato in brevi canzoni (per lo più della durata di due minuti) e sei intermezzi ancora più brevi. La sua atmosfera sognante, "ambient" e il fraseggio ripetitivo ricordano la musica di Laurie Anderson o, almeno, una sua imitazione istrionica: arrangiamenti cromatici lucidi, melodie disincarnate, tiepidi ritmi dance. Potrebbe non essere una coincidenza che Solange si fosse appena dedicata alla performance art (in musei come l'Hammer e il Getty di Los Angeles, la Elbphilharmonie di Amburgo e la Biennale d'Arte di Venezia). I brani più andersoniani (cioè ipnotici) sono all'inizio: Things I Imagined, con un arrangiamento alieno e spettrale, e Down With The Clique, in cui imita il registro stridulo di Kate Bush. Quest'ultimo è anche uno dei pezzi in cui si è infiltrato il jazz, e ha molto più successo di Stay Flo (una noiosa fusione soul-jazz-hop) o My Skin My Logo (un duetto conversazionale con Gucci Mane che termina con un sensuale ronzio orgasmico). La sua voce brilla nel delicato crooning di Dreams, nella vellutata ballata lounge sussurrata Time Is (che Panda Bear, Sampha Sisay e Tyler The Creator tentano ripetutamente di rovinare), in Beltway, una ninna nanna deludente all'interno di una nebulosa elettronica (e leggermente psichedelica), e nell'eterea Jerrod, cantata come se fluttuasse nella stratosfera. All'altra estremità dello spettro, l'album contiene canzoni più convenzionali e allegre come il sensuale funky-soul Way To The Show, il frivolo pseudo-caraibico soul-hop Binz (un duetto con The-Dream), il parodistico synth-pop esotico di Sound Of Rain, e soprattutto il duetto soul-hop con Playboi Carti Almeda (coprodotto da Pharrell Williams dei Neptunes con un beat metallico trotterellante e lo stridente staccato delle tastiere). Un cast di produttori ha contribuito a confezionare queste canzoni (che equivarrebbero a ben poco nell'album di un qualsiasi compositore digitale di medio livello).


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