- Dalla pagina su Tame Impala di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Brandano)

Il combo australiano Tame Impala, capitanato da Kevin Parker, debutta con Innerspeaker (2010) nel filone musicale del retro-pop. It's Not Meant To Be suona come una versione sballata di Magical Mystery Tour o come una versione acida di lounge pop.
Fatta eccezione per qualche momento di garage-rock d'annata (Desire Be Desire Go) e di quasi hard-rock (Lucidity ed in particolare in quello alla Cream di Expectation), la raccolta segue un tono lento e pacato. Tocca l'apice nella Byrdsiana Solitude Is Bliss e il fondo nel tedioso riciclo di vecchi stereotipi di Why Won't You Make Up Your Mind. La danzereccia elettro-pop Alter Ego cerca di resuscitare la disco-psichedelia della scena di “Madchester”. La strumentale Island Walking accenna al potenziale musicale che questi brani non sprigionano, mentre la lunga e soporifera The Bold Arrow Of Time è un buon esempio di come, questo potenziale, venga sprecato. Le melodie ed in secondo posto gli arrangiamenti elettronici, sono il punto più debole di questo progetto: già sentiti, non accattivanti, sciatti.

Lonerism (Modular 2012), un lavoro più vivace e molto meglio arrangiato (specialmente le parti percussive creative di Jay Watson e la produzione multistrato di Dave Fridmann), soffre ancora dei paragoni con i capostipiti dei Tame Impala, ma almeno è all'altezza delle aspettative. Un paio di trasfigurazioni folli, ovvero il blues ansimante da saloon di Be Above It mischiato con un cantato alla Apples In Stereo e il vibrato vintage delle chitarre; il carosello baroccheggiante, ciclico e zuccheroso di Nothing That Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control e la disinvolta canzone da spiaggia guidata dalle tastiere, più improvvisazione, di Keep on Lying, compensano il resto dei brani, che rappresentano un revival project esasperato; come nella litania troppo lussureggiante e sballata di Endors Toi, la troppo languida Mind Mischief e la troppo digitale Why Won't They Talk to Me?.
Gli apici melodici sono Apocalypse Dreams, con i ritornelli semplici da marcetta Merseybeat avvolti in un trionfo sinfonico, e la finto hard-rock Elephant (che sarebbe la Come Together dei Tame Impala). Leggermente meglio del tanto acclamato debutto, ma ancora troppi riempitivi per giustificare un album. Sarebbe dovuto essere un EP da sei brani.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Parker ha contribuito con tre collaborazioni a Uptown Special (2015) del produttore Mark Ronson: Summer Breaking, Leaving Loz Feliz e soprattutto Daffodils; e probabilmente ha imparato qualcosa da Ronson.

In effetti, Currents (Modular, 2015) dei Tame Impala è un album completamente diverso, un album dance-pop meticolosamente arrangiato in cui i sintetizzatori prendono il sopravvento sulle chitarre e la fluida produzione in studio prende il sopravvento sulla passione. L'elettronica leggera e la voce si mescolano delicatamente con ritmi dance costanti ed effetti sonori. E così gli otto minuti di Let It Happen sono una noiosa ballata synth-pop fino a diventare una (migliore) disco jam sinfonica senza parole degli anni '70. L'album trabocca di languide ballate soul sulle quali può praticare il suo falsetto e il suo implicito campionamento retrò, prendendo in prestito idee dai successi del passato. Per esempio The Moment prende in prestito lo schiocco delle dita da Tainted Love dei Soft Cell e il riff da Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears. Il funky The Less I Know the Better ricorda Michael Jackson, e 'Cause I'm a Man ricorda un Paul McCartney al rallentatore. Il fulcro dell'album sono sonnolente ballate pop-soul come Yes I'm Changing (con il rumore del traffico appena percettibile e una fuga bachiana nel mix) e soprattutto Event (con un basso rimbombante e linee d'organo maestose). In entrambe gli effetti sonori si moltiplicano man mano che la canzone procede ma, alla fine, si tratta solamente degli Steely Dan per la nuova generazione. Il suo falsetto è meno fastidioso nella breve e vivace canzoncina power-pop Disciples (ma decisamente troppo breve), e Reality in Motion suona come una timida cover dei Beatles psichedelici o un tentativo di ripetere il suono "Madchester" di Alter Egos; e queste sono le migliori canzoni.

Kevin Parker/Tame Impala è tornato con il singolo Patience (2019) e l'album The Slow Rush (Modular, 2020), interamente interpretato da lui. L'album è pieno di noiose ballate pop-soul, canticchiate su ritmi martellanti privi di fantasia, come One More Year e Borderline. Leggermente più vivace e creativa è l’atmosfera funk alla Bee Gees di Breathe Deeper, e quanto meno la languida aria pop di On Track ha una melodia più efficace. Un'altra melodia efficace emerge in Posthumous Forgiveness, una ninna nanna atmosferica che ricorda il prog-rock dei primi King Crimson. Più orecchiabile e vivace è la sincopata Lost in Yesterday. Is It True rende omaggio al synth-pop britannico degli anni '80 e Glimmer alla techno di Detroit degli anni '80. Tutto sommato, un'esperienza penosa.


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