Dalla pagina su Patrick Wolf di Piero Scaruffi (Editing di Stefano Iardella):
Patrick Wolf, del Michigan, è un “autore” di chamber-pop elettronco e musica folk.
Lycanthropy (Tomlab, 2003), un’estesa allegoria restituita con piano ornato e madrigali per archi (le maestose To The Lighthouse, Wolf Song, Demolition, che a volte rievocano di Bjork), balletti synth-pop (Bloodbeat), e cupi psicodrammi (Childcatcher e Paris, confinanti con il rock industriale dei Nine Inch Nails), introdusse nuovi elementi nel formato “digtal-folk” inaugurato da Four Tet, ancorandolo a una forma classica di narrazione. L’abilità di Wolf nel mescolare musica neoclassica e musica folk raggiungono l’apice con la delicata Pigeon Song e la strumentale Epilogue.
La candida, sognante atmosfera del debutto, si trasformò in un introverso ed alquanto elaborato enigma in Wind in the Wires (2005). La cosa più interessante è che il materiale è inferiore. Il singolo The Libertine ostenta liberazione virulenta e progressioni ritmiche al trotto, puntellate da vorticoso violino gitano e ronzante sottofondo elettronico. Anche se meno dirette, le complesse strutture di Wind In The Wires illustrano meglio l’abilità da narratore di Wolf, mentre la gargantuesca musica cerimoniale di Ghost Song rimpicciolisce la storia. Tristan, il numero più accattivante, è sfregiato da feroci arrangiamenti e gemiti, una combinazione che rievoca più i Nine Inch Nails che i cantautori pop. Teignmouth impiega un paesaggio sonoro di voci e corde fluttuanti, ritmo sincopato, e rumore elettronico che si sposa con il crooning melodrammatico di Wolf. This Wheater mescola piano neoclassico e violino con battito techno, ed improvvisamente tutti gli strumenti ed il ritmo cambiano marcia all’unisono per spingere la melodia su una dimensione più umoristica. Il problema è che troppi brani (The Gypsy King, Lands End) cercano di raccontare storie interessanti, ma agonizzano nel trovare un’adeguata forma musicale, a dispetto del diluvio di dettagli sonori.
Abbandonado ogni pretesto d’isolamento, Wolf si dà con decisione ai ritornelli pop in The Magic Position (Universal, 2007): le magniloquenti Overture, The Magic Position (che sarebbero potute essere dei bubblegum hit negli anni ’60) e Get Lost (fino ad ora i suoi tre pezzi più accattivanti) hanno semplicemente riscoperto l’abile appeal del pop eccentrico di Kate Bush, con un po’ di sentimentalismo alla Jim Steinman. Ciò significa che canzoni come Accident & Emergency fanno affidamento soprattutto sul pomposo, e quelle che non lo sono vengono ingiustamente sorvolate (l’horror maestoso di Augustine).
The Bachelor (2009) cerca un po’ troppo di rendere il suono accessibile, sposando lo stile melodico di The Magic Position con una scoperta passione per i ritmi danzabili e una patina digitale. Hard Times è spinta da un ritmo guida, una linea di basso crescente e lamentosi archi ‘arabeggianti’. Archi esotici e ritmo primitivo (aumentati con una specie di percussione elettronica da flamenco) animano anche Oblivion, una subdola canzone che mostra un po’ della pazzia eccentrica di Syd Barrett e ostenta un accattivante gioco di registri vocali. Un sincopato passo pow-wow ed un caotico contrappunto di piano e violino impregnano la recitazione alla Nick Cave in The Bachelor. Zoppicanti percussioni e arrangiamenti neoclassici puntellano la teatrale aria di Damaris, che molti musical di Boradway invidieranno. Queste canzoni segnano un passaggio da una prima parte cupa e arrabbiata, a una seconda seconda più lirica, che include l’introspettiva ninnananna celtica di Thickets ed il gospel di Who Will?, guidato dall’organo. La terza parte dell’album è come minimo una confusa zuppa di stili, che inizia con la sciocca novità disco-punk di Vulture (una collaborazione con il guru del “digital hardcore” Alec Empire, che finisce per sembrare una B-side di Billy Idol), continua con l’intima ballata per piano di Blackdown (che si trasforma in una crescente danza celtica alla Riverdance), e raggiunge il culmine (nel bene e nel male) con il fervore punk di Battle, che sembra una parodia Nine Inch Nails. I primi quattro brani avrebbero potuto costituire un potente EP. Il resto è fatto di noiosi riempitivi senza ispirazione.
A parte la sua intensa produzione, Lupercalia (Hideout, 2011) è soprattutto un devoto sostegno al revival dance-pop dell'epoca, anche se con colpi di scena eccentrici: l'inno rhythm'n'blues in stile Huey Lewis The City (pieno zeppo di un assolo sax retrò), House in stile Abba (il pianoforte ruba il ritornello di The Winner Takes It All), e (dal lato negativo) Time of My Life (una melodia noiosa e prevedibile supportata dall'ensemble da camera di archi meno inventivo della musica leggera). Il momento salvifico è il melodramma Armistice, lanciato da una magistrale apertura inquietante di pianoforte e droni, e poi sostenuto da un incessante continuum di inquietanti contrappunti corali e strumentali al solenne canto del cantante.
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