Dalla pagina di Piero Scaruffi
(Tradotto da Stefano Iardella)

Eartheater, frutto dell'ingegno della cantautrice e artista visiva newyorkese Alexandra Drewchin, che era metà del progetto Guardian Alien di Greg Fox, ha debuttato su Metalepsis (Hausu Mountain, 2015) all'intersezione tra ambient, psichedelia, folk ed elettronica.
L'album si apre nel paesaggio sonoro alieno di MacroEV ed esplora i droni radioattivi dei dieci minuti strumentali di Orbit. Nel frattempo, la cantante futuristica intona il canto hawaiano decostruito Homonyms, si esibisce nel rock psichedelico storpiato Youniverse e canticchia la ballata notturna Infinity in un cabaret marziano. Niente di rivoluzionario ma sicuramente l'audace affermazione di un personaggio eccentrico e inquietante.

Proprio come il suo predecessore, RIP Chrysalis (Hausu Mountain, 2015) si risveglia in un paesaggio sonoro alieno (Utterfly FX).
Tuttavia questa volta il viaggio ha un sentimento più umano, dall'aria classica RIP Chrysalis alla litania folk Humyn Hymn e al melodramma alla Kate Bush di Wetwave. Questi sono i suoi brani più semplici finora. Ma il nucleo emotivo dell'album potrebbe risiedere altrove, nella disintegrante Herstory of Platypus e nella tremante If it in yin che sono più tipiche della sua tecnica decostruzionista.
In generale è un lavoro molto più melodico rispetto al primo album. È anche un'esperienza di ascolto più intensa.

Irisiri (Pan, 2018), invece, si apre con il suono di un’arpa e la voce di una cantante esistenziale in un brano profondamente psicologico, Peripheral. Strumenti classici (e melodie classiche) infestano l'intero album: un violino adorna il galoppo trasandato e la filastrocca di Inclined: e la voce è spesso immacolata, non importa quanto sia scomposto il sottofondo, come in Switch, la cosa più vicina a una ballata pop; o nel magniloquente e tonante melodramma alla Bjork C.L.I.T.; o nell’eterea Trespasses, un canto lugubre che potrebbe essere registrato dalle suore di un convento, e che lentamente si trasforma in un grido disperato.
Purtroppo, un terzo dell'album non sembra il prodotto di design e programmazione meticolosi. Troppe canzoni sembrano semplicistiche e sottosviluppate.

Il mixtape Trinity (Chemical X, 2019) tradisce tentazioni della musica house in Fontanel (prodotto da Dadras) e Solid Liquid Gas (prodotto da Hara Kiri), ma il paesaggio sonoro astratto di Prodigal Self (prodotto da Adrian "Acemo" Mojica) e il i ritmi sincopati di Pearl Diver (anch'esso prodotto da Acemo) la spinge indietro nel mare inesplorato della sperimentazione.
A volte suona come una Kate Bush più semplice, per esempio in Spill The Milk, tra ritmi trap e campanelli onirici (prodotto da Tony Seltzer). Si avvicina alla canzone pop in Preservation (prodotto da Lars "Color Plus" Probert) e High Tide (prodotto da Acemo). La voce ha la qualità di un convento rinascimentale in Lick My Tears (un'altra produzione di Seltzer). È un miscuglio ma con idee sufficienti per due o tre album.

Phoenix - Flames Are Dew Upon My Skin (2020), composto nel corso di una residenza artistica di dieci settimane in Spagna, contiene l'elegia orchestrale Below The Clavicle e poco altro.


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