Katie Gately


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Pipes (2013), 7.5/10 (mini)
Color (2016) , 6.5/10
Loom (2020) , 6/10
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Los Angeles-based electronic musician Katie Gately employ collages of processed vocals (and, proudly, no instruments) to craft the cassette Pipes (Blue Tapes, 2013), which contains two extended computer-based compositions. The 14-minute Pipes layers droning and psychedelic gimmicks of vocals and, despite the playful mood that interferes with sorties in musichall and circus territory, attains a symphonic and hypnotic quality three minutes from the end. The nine-minute Acahella is both more teasing and visceral, swinging and chaotic, a journey both to the future (the hypersonic blenders of sound shards) and to the past (echoes of the vocal trios of the 1950s), through both cartoons and dancefloor. She may have not known it, but this was the continuation of something begun in 1965 by the Fugs' Virgin Forest and a few years later by Robert Wyatt's End of an Ear.

The six-song EP Katie Gately (Public Information, 2013) opens with the harsh industrial dissonance of Ice and the gloomy loop of Last Day, signaling a mood change from the jovial capricious mood of the cassette. The spacey acid lamentation over distorted drones of Dead Referee is one of her most powerful collages, worthy of Karlheinz Stockhausen.

Gately's music was the natural consequence of a process of computer music begun in the 1950s: eliminating the performer. Which begs the question: if practice makes you perfect, what does no practice make you?

The 15-minute Pivot (2014), released on a split EP, sounds like a slow-motion time-dilated version of Pipes in which the childish verve has been replaced by a sort of cosmic languor. Melodies are intelligible and rhythms are regular. Six minutes from the end, Gately even intones a simple singalong, although an industrial marching beat wants to turn it into some kind of witchy sabbat.

The fully-arranged album, Color (2016), was a much more relaxed and user-friendly effort, more in line with the trend started by Holly Herndon than with computer music. The dancefloor novelty Lift (Caribbean hip-hop?) and the festive shuffle Tuck are hardly related to her first cassette, although highly successful in the dance-pop genre. Rive is also quite original, boasting a melody and and a rhythm that evoke the atmosphere of a French cabaret of World War II. The nine-minute Color morphs its suspenseful symphonic drones into a soulful folkish lullaby that limps on soothingly for several lazy minutes. If the seven-minute Sift is confused and pointless, and the manic Frisk tries a bit too hard to shock, Sire is a dignified follow-up to the original avantgarde project, with a thundering syncopated beat, hysterical wavering organ, a vocal melody and plenty of vocal counterpoint.

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(Translation by/ Tradotto da Damiano Langone)

Katie Gately, musicista elettronica che vive e lavora a Los Angeles, pubblica la cassetta Pipes (Blue Tapes, 2013) contenente due lunghe composizioni basate sul massiccio uso del computer e in cui il collage di voci filtrate realizzato senza l'impiego di altri strumenti musicali. Il brano Pipes, lungo 14 minuti, stratifica ronzii ed elementi vocali psichedelici e, nonostante lo spirito giocoso che viene a intromettersi con sortite nel musichall e nelle atmosfere circensi, raggiunge a tre minuti dalla fine una qualit ipnotica che ha del sinfonico. Acahella, traccia di 8 minuti, tanto intrigante quanto viscerale, sia ritmica che caotica, in pratica un viaggio nel futuro (l'ipersonica miscela di schegge sonore) cos come nel passato (echi di gruppi vocali anni '50) che coinvolge anche il mondo dei cartoni animati e quello della musica da ballo. Forse all'insaputa della stessa Katie Gately, questo il nuovo capitolo di una storia cominciata nel 1965 dai Fugs, con Virgin Forest, e portata avanti qualche anno dopo da Robert Wyatt con il suo End Of An Ear.

 

L'EP di sei canzoni Katie Gately (Public Information, 2013) si apre con le aspre dissonanze industrial di Ice e l'inquietante loop di Last Day, facendo segnare cos un deciso cambio di umore rispetto allo spirito capriccioso e gioviale del suo primo lavoro. Dread Referee, uno dei suoi collage pi potenti, una trasognata lamentazione in acido su ronzii distorti degna di Karlheinz Stockhausen.

 

La musica di Katie Gately porta il processo innescato dalla computer music negli anni '50 alla sua naturale conseguenza, ossia all'eliminazione del performer, fenomeno che pone interrogativi sulla natura della performance nella relazione fra umano e tecnologico.

 

Pivot (2014), traccia di 15 minuti pubblicata su un EP condiviso, sembra la versione dilatata e rallentata di Pipes in cui il brio infantile ha lasciato il posto a una sorta di cosmico languore. Qui le melodie sono riconoscibili, i ritmi risultano nella norma e a sei minuti dalla fine l'artista intona persino un semplice canto, sebbene un beat industrial a tempo di marcia si impegni al massimo per trasformare il tutto in un sabba delle streghe.

 

L'album Color (2016), arrangiato con tutti i crismi, un lavoro pi rilassato e accessibile, sulla scia della linea dettata da Holly Herndon e quindi meno ascrivibile all'ambito della computer music. L'inusuale pezzo dance Lift (una specie di hip-hop caraibico?) e il gioviale shuffle Tuck hanno ben poco in comune con la musica della sua prima cassetta e si affermano come successi del genere dance-pop. Anche Rive piuttosto insolita, sfoggiando una melodia e un ritmo che evocano le atmosfere del cabaret francese anni '40. Color trasforma in otto minuti gli iniziali ronzii sinfonici pieni di mistero in una appassionata ninnananna popolare. Se i sette minuti di Sift sono confusi e non portano da nessuna parte, e la folle Frisk si sforza fin troppo di scioccare, Sire (fragoroso ritmo sincopato, tremolante organo isterico e melodie vocali con profusione di contrappunti) si distingue come degna continuazione del progetto d'avanguardia con il quale Katie Gately si fatta conoscere all'inizio della sua avventura musicale.

Katie Gately's Loom (Houndstooth, 2020), ostensibly a requiem for her mother, is a minor work littered with major ideas. Allay sounds like a cabaret song as interpreted by Meredith Monk. The catchy and martial Tower sounds like Kate Bush singing world-music. Flow is a naive lullaby whispered against stately Nico-esque keyboards. Rest is a church madrigal sung while half asleep. The ten-minute Bracer is a confused collage of styles: it begins as a sort of mournful plantation spiritual, turns into a Celtic folk tune, speeds up into electronic dance-pop and dies as a distorted ethnic chant. The lugubrious and theatrical Waltz towers over the album. (Translation by/ Tradotto da Francesco Romano Spano' )

Loom (Houndstooth, 2020) di Katie Gately, pensato come un requiem dedicato a sua madre, un lavoro minore pieno di grandi idee. Allay sembra una canzone da cabaret interpretata da Meredith Monk. Tower, orecchiabile e marziale, sembra Kate Bush che canta world-music. Flow una ninnananna naif sussurrata su maestose tastiere Nico-iane. Rest un madrigale da messa cantato mentre si mezzi addormentati. I dieci minuti di Bracer sono un confuso collage di stili: inizia come un confuso spiritual da piantagione, diventa poi una melodia folk celtica, accelera nel dance-pop elettronico e muore in un canto etnico distorto. Il lugubre e teatrale Waltz troneggia su tutto l'album.