Dalla pagina sui Girl Band di Piero Scaruffi
(Translation by/ Tradotto da Pierluigi Napoli

Il quartetto irlandese Girl Band, guidato dal cantante Dara Kiely e dal chitarrista Alan Duggan, ha debuttato con l’EP France 98 (2012) e una manciata di singoli, inclusa la "danza moderna" Pere Ubu-iana di sei minuti di Lawman (2014), The Cha Cha Cha (2014) e De Bom Bom (2014), che sono stati in seguito raccolti sull’EP The Early Years (2015) insieme a una cover di Why They Hide Their Bodies Under My Garage di Blawan.

Il primo album, Holding Hands with Jamie (Rough Trade, 2015), e’ un saggio di accoppiamento del coesivo con l’abrasivo sulla scia del noise-rock degli anni ‘90. Umbongo apre con la chitarra di Duggan che imita il riff di Telstar dei Tornados mentre il batterista Adam Faulkner scatena un bombardamento quasi grindcore, e termina con un muro di distorsione. Il crescendo catastrofico di Pears For Lunch decolla ed entra in un’orbita Neu-iana. Baloo, il vertice dell’album, e’ una danza voodoo industriale che nasce da una folle miscela di Pere Ubu e Cramps. Secondo a poca distanza e’ Paul di sette minuti, un altro brano propulsivo che suona come una jam tra i Fall e i Neu, solo piu’ selvaggia, e che esplode in un caos Boredoms-iano. Un terzo incontro di isteria si materializza nel frenetico esorcismo tribale di The Witch Dr. Nel frattempo, l’album ha servito la ballata danneggiata In Plastic, il girotondo infantile di Texting An Alien e il missile punk The Last Riddler. La suite mutante di otto minuti Fucking Butter (una recitazione su un caotico noise strumentale) suona come una lunga variazione sul loro singolo Lawman. La batteria di Faulkner e’ la vera protagonista dell’album.

The Talkies (Rough Trade, 2019) non confeziona la stessa potenza. Kiely risulta verboso perfino per gli standard di Mark E Smith dei Fall (il cantante al quale somiglia di piu’) in canzoni come Going Norway e Salmon Of Knowledge. Una follia sonora divora il fondamento logico per Couch Combover e Aibohphobia suona come una ninnananna perduta di Syd Barrett. La combinazione tra recitazione psicotica e paesaggio sonoro alieno in canzoni come Amygdela si collocano da qualche parte tra i Pere Ubu e i Jesus Lizard. E’ andata perduta, invece, la propulsione a razzo del primo album, rimpiazzata da concetti piu’ profondi, come la galoppata di Caveat sotto urla maniacali e distorsione. Prefab Castle, di sette minuti, inizia con un languore psichedelico ma in seguito raccoglie fervore industriale sino a collassare in un palude di chitarre atonali. L’interazione del quartetto splende in Shoulderblades, di sei minuti, nella quale il folle farneticare del cantante si scontra con un prolungato rumore di livello industriale fino ad essere inghiottito in una oscura fornace fredda; ma anche nel breve intermezzo strumentale Akineton, un picco di genio cinematografico che sfortunatamente e’ lasciato incompiuto. Nel complesso questo secondo album e’ di qualita’ superiore al primo, specialmente nelle parti di chitarra, e la batteria e’ meno impetuosa ma piu’ intelletuale. Il cantato rimane una vittoria a meta’. Non essendo un granche’ come cantante, Kiely per lo piu’ parla e grida. Ma, dopo tutto, questa non e’ musica per crooner pop o tenori dell’opera.


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